Una Fede da vivere
Ci sono parti della Bibbia che sembrano complicate. Eppure, alcune possiedono una chiarezza inquietante. Michea 6:8 rientra in questa seconda categoria: “Egli ti ha fatto conoscere, uomo, ciò che è bene; e che cosa richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, ami la misericordia e cammini umilmente col tuo Dio”.
Non c’è nessuna teoria complicata. Nessun linguaggio riservato agli specialisti. Al centro del testo c’è una sola domanda: cosa richiede davvero Dio da noi? E la risposta è sorprendente perché, soprattutto, non richiama grandi monumenti religiosi. Non ha nulla da dire su ciò che sembra spirituale. Non menziona il moltiplicare parole. Parla della vita.
Spesso rendiamo complicato ciò che il vangelo rende semplice. Potremmo essere tentati di credere che essere persone fedeli significhi pregare molto, partecipare a molte celebrazioni e avere sempre lil rosario in mano. Sebbene anche tutte queste cose hanno grande valore, Michea ci riporta a un quesito più fondamentale: la tua fede sta cambiando la tua vita?
Perché possiamo dire molte cose su Dio e, tuttavia, trattare male il nostro prossimo. Possiamo ascoltare il Vangelo e poi fare orecchi da mercante ai bisogni del fratello. Diciamo alle altre persone di avere parole d’amore, senza tempo per metterle in pratica; sorridiamo loro, ma non abbiamo tempo per gli uni e per gli altri.
Proviamo a sostenere la Fede con molte parole e attggiamenti ma poi rischiamo di escludere la misericordia.
Qui l’inquietante, ma liberante, Parola di Dio irrompe con forza: la fede che Dio vuole vedere in azione. Vuole una fede vissuta, una fede che si sperimenta. Fare giustizia. E Michea non dice: “Parla della giustizia”. Dice: “Praticala”.
La giustizia biblica non è solo un tema sociale o legale. È il modo giusto per relazionarci con gli altri. È dire la verità quando sarebbe molto più facile non farlo. Significa ascoltare chi non ha nulla da darci in cambio. Vuol dire evitare di sfruttare i deboli. Significa mantenere la propria parola. Vuol dire non distogliere lo sguardo quando qualcuno viene umiliato, escluso.
A questo punto, la fede si insinua nelle nostre relazioni, nei nostri lavori, nelle nostre scelte economiche, nelle nostre case, e nel modo in cui parliamo degli altri. È così che Gesù lo dirà con parole diverse: “Fate agli altri tutto ciò che vorreste fosse fatto a voi. (Matteo 7:12)”. Non devi sempre fare qualcosa di straordinario.
Spesso la giustizia inizia da una cosa molto piccola: trattare l’altro come una persona, non come uno strumento.
A questo punto, il secondo invito è davvero sorprendente. Un buon gesto alle volte non basta. Come ci dice Michea, l’unico imperativo è amare la misericordia, la compassione, la bontà.
È come se Dio ci dicesse: non concentrarti solo sull’essere buono per obbligo. Abbi un cuore disposto a impegnarsi. La differenza è enorme. Puoi perdonare e continuare comunque a conservare il rancore. Puoi elargire elemosina e, dentro, non sentire nulla.
Il Vangelo indica un cuore aperto al contatto con gli altri.
Concettualmente è la stesso che si vede nella parabola del buon Samaritano: c’è una persona ferita sulla strada e un uomo che la vede. costui si ferma. Si avvicina. Cura le ferite. Si assume la responsabilità. Questo è uno dei quadri più chiari della fede cristiana: la nostra misericordia comincia quando la sofferenza dell’altro diventa familiare per noi.
Poi c’è il terzo ammonimento di Michea: “cammina umilmente col tuo Dio”. Non dice soltanto, credi in Dio. Dice: cammina con Dio. Infatti, la fede cristiana è condizionata. È un cammino. In alcuni giorni abbiamo fede, in altri no. Camminare con Dio significa arrendersi anche quando non abbiamo la vita sotto controllo.
Quindi, l’aggettivo “umilmente” riguarda più del fatto che non siamo noi il sole del mondo. Non possediamo Dio. La verità non appartiene a noi come un’entità. Non è perché crediamo di essere migliori degli altri.
Ma c’è una cosa che l’umiltà evangelica non è: screditare noi stessi.
Significa vivere rendendoci conto che tutto è un dono. E forse questa è la forma più alta di libertà: la capacità di non avere nulla da dimostrare.
Possiamo semplicemente camminare con Dio. Le parole non onorano la fede. E Gesù lo renderà chiaro: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. (Matteo 7:21)”.
Un versetto da ripetere a ogni credente. Propone una domanda a una tentazione a cui è difficile resistere: credere che basti parlare della fede per camminare nella fede. Non basta.
La fede autentica lascia tracce. La si vede nel modo in cui perdoniamo. Nel modo in cui affrontiamo i conflitti. Nel modo in cui trattiamo chi è più vulnerabile. Nel coraggio di chiedere scusa.
Nella capacità di sacrificarsi per un’altra persona.
La fede è molto più di ciò che abbiamo dentro. Prima o poi deve diventare qualcosa che accade attorno a noi.
Dio non ci chiede l’impossibile. Non ci chiama a salvare il mondo da soli. Non chiede mai una perfezione senza difetti.
Ci invita a cominciare da dove siamo: una scelta più giusta, una parola più gentile, un giudizio trattenuto, un orecchio disposto ad ascoltare, una riconciliazione cercata, una mano alzata, un passo più vicino a Lui.
Il cristianesimo non esplode sotto la pressione di dover essere eccezionali. Nasce dall’idea che Dio possa rendere questa vita ordinaria eccezionalmente umana. Una fede fatta di carne.
In definitiva, Michea 6:8 può riportarci alla domanda più semplice o più profonda della nostra vita spirituale: che frutto produce la mia fede in me?
Allora proviamo a rispondere a noi stessi: sono più disposto a servire, aiutare, ascoltare? sono più umano?
Perché un’espressione verbale di fede, da sola, minaccia di diventare un mero linguaggio religioso. Ma una fede che passa attraverso le mani, nelle relazioni, attraverso le decisioni e il cuore non è altro che un Vangelo vissuto.
Questo è, probabilmente, ciò che il Signore vuole vedere fare da noi. Non grandi discorsi su di Lui.
Vuole vedere uomini e donne che ogni giorno cercano di praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con Lui.
Potremmo persino porci una domanda più semplice: Chi può incontrare, in quale modo, attraverso me, Dio oggi?
La vera fede non ha bisogno di gridare. La fede più credibile non è quella che parla più forte di Dio, ma quella che rende Dio riconoscibile nel modo in cui amiamo gli altri.
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