Il presente vigile
Sembrano, a prima vista, un avvertimento chiaro, quasi minaccioso: restare vigili, restare pronti perché non si sa quando il Signore verrà.
Ma il Vangelo non vuole che viviamo la nostra vita in ansia e in attesa. Gesù ci dona un futuro, non qualcosa da temere. Anzi, ci supplica di non sopire oggi.
Il rischio reale non risiede nel non sapere in che giorno il Signore verrebbe. Il pericolo vero è vivere senza capire che il Signore sta già avvicinando la vita.
La vigilanza significa essere presenti
Quante volte proseguiamo le nostre giornate in modo praticamente automatico?
Ci affanniamo, performiamo, progettiamo, pianifichiamo strategie, ristabiliamo l’ordine in un livello di caos che fa sembrare il vecchio caos come acqua calda, intanto rispondiamo ai messaggi, alle mail e pensiamo a domani.
Ma nel frattempo corriamo il rischio di perderci ciò che accade oggi:
- Una persona che ha bisogno che la sua voce venga ascoltata.
- Un segno d’amore che continuiamo a rimandare.
- Una possibile riconciliazione.
- Una parola gentile.
- Un’occasione per fare del bene.
Cosa significa allora “essere in vigilanza” prima di tutto: esserci.
Essere presenti a se stessi.
Prestare attenzione alle persone che Dio mette sul cammino accanto a noi. Lasciarci rendere disponibili per quei piccoli segni con cui il Signore continua ancora a venire, silenziosamente, per vederci.
La fede cristiana non è un modo per fuggire dalla vita reale mentre si attende una vita migliore.
È esattamente il contrario: significa imparare a vivere ed essere nel momento, sapendo che lì risiede Dio.
A meno che tu non pensi come una persona in attesa, magari in piedi come al semaforo o comodamente seduto in attesa di qualche azione.
Tuttavia, aspettare è abbastanza scollegato dal Vangelo: la vigilanza cristiana è attiva. L’attesa cristiana non è passiva
Gesù racconta tante parabole in cui qualcuno se ne va e affida qualcosa ai suoi servi. Ma non si tratta soltanto del fatto che abbiano o meno aspettato il suo ritorno.
La cosa più importante è che conterà come hanno vissuto mentre aspettavano. Ecco il cuore della vigilanza.
Il cristiano non scruta i cieli, all’infinito, chiedendosi quando il Signore tornerà.
Al contrario, accoglie, ama, si prende cura, serve, perdona e costruisce.
Capisce, conosce, sa che il Signore ritornerà.
E proprio per questo tenta di fare nel modo migliore possibile ciò che oggi gli è affidato.
Attenzione: stare in vigilanza non ci distoglie dal vivere la vita, ma diventiamo più responsabili verso la vita: prepararsi significa amare
Forse è questo ciò che ci chiediamo: quanto potremmo essere pronti per incontrare il Signore?
E il Vangelo ha una risposta, sorprendentemente concreta. Non servono calcoli. Non servono previsioni. Non ci serve conoscere il momento.
Quello di cui hanno bisogno è vivere davvero il Vangelo.
Gesù ci dice in modo chiarissimo dove possiamo riconoscerlo:nei poveri, negli affamati, nello straniero, nella persona malata e nella persona sola.
Quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Mt 25:40).
È come se Gesù ci dicesse: Non chiedete soltanto quando arriverò. Chiedetevi anche se mi vedrete quando vengo.
Perché? Perché Dio entra in noi, citando Santa Teresa, da “il volto delle persone”.
Talvolta, nel volto dell’amato o addirittura dallo stesso che odiamo.
A volte in una persona che chiede solo un po’ del nostro tempo.
Vigilare significa avere gli occhi abbastanza aperti da notare queste visite.
Non sappiamo quando… ma sappiamo chi.
C’è un’altra cosa importante. Non sappiamo quando, ma sappiamo chi verrà. E questa differenza cambia tutto.
Non ASPETTIAMO uno sconosciuto. Stiamo aspettando Colui che conosciamo.
Colui che ci ha cercati. Colui che ci ha perdonati. Colui che ci ha insegnato che Dio è Padre.
Perciò la paura non dovrebbe dominare la nostra attesa cristiana.
È un’attesa fondata sulla fiducia. L’amore è come attendere qualcuno.
Da questa stessa speranza nasce uno sguardo sulla vita. Non dalla certezza che possiamo così controllare il futuro.
Gesù parla racconta la parabola delle 10 vergini che aspettano lo sposo.
Alcune hanno riempito le botti di olio per le loro lampade. Altre no.
Siamo esseri umani che a volte vagano nella notte con una lampada.
Non possiamo eliminare tutta l’oscurità. Non puoi conoscere tutto ciò che ancora troveremo davanti a noi.
Ma possiamo custodire una luce al sicuro. La luce della fede. La luce della speranza. La luce dell’amore.
Ogni buona azione che compiamo è una goccia di olio nella lampada che abbiamo dentro.
Ogni volta che perdoniamo. Ogni volta che aiutiamo qualcuno. Ogni volta che scegliamo la verità invece della comodità.
Continuando a sperare anche quando rinunciare sarebbe più semplice. La lampada resta accesa.
Quando pensiamo alla frase “il Signore sta venendo”, immaginiamo naturalmente la Seconda Venuta di Cristo.
Anche questo è una parte importante della speranza cristiana.
Tuttavia, c’è un altro modo in cui possiamo comprendere queste parole.
Cristo viene sempre nella nostra vita. Cristo è sempre presente.
Viene nella parola che all’improvviso ci parla. Viene in una persona che incontriamo.
Giunge nello spazio in cui dobbiamo evolvere. Arriva in una gioia inaspettata.
Ci incontra perfino in alcuni di quei momenti difficili che ci insegnano, poco alla volta, qualcosa di diverso su noi stessi e su Dio.
Per questo un cristiano dovrebbe essere una persona intenzionale.
Non riluttante ad assumersi rischi, non un uomo irrazionalmente preoccupato, sempre cauto riguardo alle cose che potrebbero accadere ed essere negative.
Ma, poiché sa che qualcuno potrebbe venire e che quel qualcuno potrebbe essere Dio, l’attesa diventa speranza.
La parola più bella che possiamo associare alla vigilanza è forse questa: speranza.
Guarda con fiducia coloro che desiderano credere che qualcosa di buono sia ancora possibile.
Guarda con diffidenza chi crede che la storia sia già finita.
San Paolo scrive: È giunto il tempo di svegliarsi dal sonno (Rm 13,11).
Ebbene, è un invito che riguarda anche noi.
Svegliarsi significa rifiutare di lasciarsi prendere dal cinismo.
Non pensare che nulla sia modificabile. Non smettere di amare perché siamo stati feriti. Non perdere la speranza perché abbiamo attraversato tempi difficili.
Il cristiano veglia perché è ancora in attesa di qualcosa di nuovo, qualcosa che sarà rivelato da Dio. Dove vediamo la prova, Dio sta già preparando il rinnovamento.
A quel punto, potremmo trasformare le parole di Gesù in una domanda molto semplice:
Cosa farei se sapessi oggi che il Signore passerà accanto alla mia vita?
Forse mi rivolgerei a qualcuno che avevo liquidato. Forse chiederei perdono. Forse smetterei di rimandare una decisione fondamentale. Forse passerei più tempo con le persone che amo. Oppure farei attenzione a quante cose belle ho dato per scontate da allora.
Magari è esattamente questo ciò che Gesù vuole insegnarci: non quando è il giorno del suo ritorno.
Un giorno da vivere come qualsiasi altro giorno, ma un giorno in cui Lui può comunque venire.
Quindi vegliare significa tenere gli occhi aperti, avere un cuore desideroso ed essere pronti con le mani. Continuare a costruire. Continuare ad amare. Continuare a sperare.
Perché non sappiamo mai quando il Signore potrebbe venire. Tuttavia sappiamo che tornerà.
Questo non è una minaccia per chi ha imparato a fidarsi di Lui. È una promessa.
Una domanda da portarci dietro
Oggi, nelle persone e nelle situazioni che incontro, avrò abbastanza lucidità per riconoscere il Signore che passa?
Non sappiamo quando verrà. Ma possiamo vivere ogni giorno pronti a riconoscerlo.
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