Chi resta quando le cose si fanno difficili
“L'amico ama in ogni tempo; è nato per essere un fratello nella sventura.” Proverbi 17:17
I nostri articoli sono fortemente caratterizzati dal contenuto delle Sacre Scritture, questo può indurre a credere che la sola ragione del nostro progetto sia di ottenere conversioni.
Lo scopo di Tabgha Sorgente non è unicamente di evangelizzare, bensì quello di avvicinare, ridurre le distanze.
Esaltare i valori che il Vangelo ci tramette, trasportandoli nella quotidianità, nel vissuto di ogni giorno delle nostre città dei nostri quartieri.
L’articolo di oggi nasce come spesso accade, da una ispirazione biblica, parla però del valore della amicizia vera, concreta, un significato che non vive dentro il recinto di una religione, ma che possiamo identificare come una espressione fortemente ecumenica, universale.
Si riconosce un amico quando c’è tumulto nella vita
Ad alcuni messaggi li rispondiamo subito, altri li rimandiamo a più tardi. Perché dopo il “Come stai?” c’è la sensazione che ci sia qualcosa di più. Magari c’è una discussione che può essere impegnativa, un amico ha perso il lavoro. Qualcuno ha perso il partner. C’è chi sta accudendo un genitore malato che da settimane riesce appena a trovare il tempo per riposare.
Preferiremmo esserci, ma abbiamo molte cose da fare. Così pensiamo: “Chiamo quando avrò tempo".
A volte arriva quel momento. A volte passano giorni in cui la persona che ha bisogno di parlare smette di farsi sentire.
E proprio in questo ci giungono le parole dei Proverbi: “L’amico ama in ogni tempo, e un fratello (una sorella) nasce per la sventura” (17:17).
La domanda da porsi è: fino a che punto, quanto spazio trova nella tua vita la vita degli altri?
Notare chi ti è vicino. Prendersi cura significa fare attenzione a un amico. Accorgersi che sembra un po’ più taciturno, che non viene a incontrarsi da molto tempo, che è sempre lui/lei a fare le battute per evitare di parlare di sé.
Questo significa chiedere “Come stai?” e essere disposti ad ascoltare anche la risposta più difficile.
Una delle parti che mi ha colpito è che, ai nostri tempi, possiamo conoscere tutto delle giornate di qualcuno attraverso i social media e tendiamo a sapere molto poco di ciò che sente in fondo dentro di sé.
Magari una persona posta una foto o scrive qualcosa che apparentemente è bello e gioioso, solo per mascherare un suo malessere, per non farsi riconoscere. Noi leggiamo il post e pensiamo che sia tutto… perfetto.
Una foto passa veloce, inviamo un cuore, scriviamo due parole.
Ma quella fatica, la battaglia infinita sul perché non sta guadagnando abbastanza e altre simili tensioni familiari in genere accadono lontano dagli occhi. Non le vediamo.
Spesso non è mai così grave da non avere anche un aspetto ordinato: lui va al lavoro, fa la spesa, saluta i vicini. E poi torna a casa senza che nessuno si preoccupi di lui.
L’amicizia inizia solo quando quelle vite smettono di scorrerci accanto come vascelli ciechi. L’amicizia si avvia quando esserci costa qualcosa. Quando esserci è fatica. Riununcia.
Un amico disoccupato può perdere la speranza e sviluppare ansie e paure. Una persona che è in lutto può aver bisogno di doverne parlare di nuovo dell’individuo che ha perso in un momento in cui gli altri hanno già fatto ritorno alla normalità.
Per vergogna, una famiglia in difficoltà può chiudersi e all’inizio negare l’aiuto.
Ed è qui che le amicizie diventano reali. Quando impariamo a rispettare i tempi dell’altro, senza pretendere che si riprenda in un modo che ci renda anche più facile relazionarci con lui. Senza pretendere che i suoi tempi si adeguino ai nostri.
A volte non servono le parole giuste. A volte ciò che occorre è semplicemente andare con loro a un appuntamento, preparare un pasto, aiutarli a scrivere un curriculum.
O semplicemente sedersi accanto a loro e lasciarli raccontare la propria storia: non trasformare ogni confidenza in un’occasione per dare consigli. Ascoltare.
Nella parabola del buon Samaritano Gesù parla di un uomo malmenato e di una persona che si ferma, si avvicina e si prende cura di lui (Luca 10:25-37). La compassione diventa un’azione concreta.
Quel tipo di incontro ha la possibilità di avvenire anche al nostro punto di arrivo, sul posto di lavoro, di fronte all’istituzione.
Una persona anziana per la quale l’appuntamento non è possibile; una madre single che avrebbe dovuto trovare per se stessa un’ora di serenità.
Il Vangelo abita sul nostro stesso pianerottolo.
Il prossimo ha un nome, degli obblighi e una dignità che vanno trattati con rispetto. È necessaria anche la discrezione quando si assiste l’altro, nessuno vuole essere esposto pubblicamente e umiliato solo perché si trova in difficoltà.
Una comunità cristiana sembra rendere visibile la propria fede quando qualcuno può dire: “Eccomi, sono libero di chiedere aiuto senza alcuna vergogna.”
Questo parte da un’amicizia per arrivare a una comunità che si prende cura.
Il proverbio amplia la nostra coscienza oltre due anime. Ci aiuta a immaginare quartieri, luoghi di lavoro e comunità in cui le cose difficili possono essere divise.
Se qualcuno si prende cura di un parente malato, possiamo unirci per condividere parte del peso. E quando qualcuno perde il lavoro, possiamo attivare le nostre conoscenze e opportunità. Se una famiglia è in difficoltà, possiamo dedicarle del tempo e aiutarla ad accedere ai servizi di cui ha bisogno.
Non c’è una cura fatta solo di amicizia per i mali dell’insicurezza lavorativa, della disuguaglianza o della mancanza di supporto.
Ma può anche far emergere bisogni che altrimenti rimarrebbero nascosti, costringendoci a cercare soluzioni insieme ad altri.
Prendersi cura significa chiedere, non soltanto “Cosa posso fare oggi?” e “Cosa possiamo fare diversamente affinché questa persona non debba portare tutto il peso da sola?”, significa rendersi partecipi. A volte basta sedersi al fianco, restando in silenzio. Un silenzio che dice sono qui. Resto qui.
Poi sei tu, quello della porta accanto
Quando siamo noi dall’altra parte, di fronte alle difficoltà, c’è un aspetto di questa parola biblica che si applica anche a noi.
Proprio a noi che abbiamo lo status di essere quelli forti, quelli che ci sono sempre per aiutare, quelli che hanno sempre la soluzione. Quelli da cui andare per avere conforto e risposte.
Allora il nostro personaggio si frantuma, abbiamo paura che mostrando le nostre debolezze, perdiamo il palcoscenico, perdiamo quel "prestigio" che abbiamo conquistato.
Diventa espressione di un fallimento cercare aiuto. E nascondiamo la nostra battaglia alle persone che in realtà potrebbero aiutarci a superarla.
Ma proprio in quel momento, se abbiamo il coraggio di dire: “Ho bisogno di te”, nasce e cresce un’amicizia.
Permettiamo all’altra persona di conoscerci davvero, e assicuriamo anche che questo grado di connessione sia ancora più autentico.
Inizia dal piccolo: prendere il telefono e chiamare qualcuno con cui non sentiamo più da un po’, fare una proposta concreta per aiutare qualcuno in difficoltà, condividere con un altro qualcosa che ci occupa la mente.
Un vero amico non risolve la tua vita al posto tuo. Ti aiuta in modo che tu non debba affrontarla da solo.
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